DALLA CITTÀ SPUGNA ALL’ARCHITETTURA SPUGNA

Le ondate di calore, le precipitazioni intense e la crescente pressione sulle infrastrutture
urbane stanno cambiando il modo di progettare città ed edifici. Per
affrontare queste sfide non bastano nuove tecnologie: servono nuove competenze
e una nuova cultura del costruire.
Nell’articolo precedente abbiamo riflettuto su come il
cambiamento climatico stia entrando nelle nostre case,
influenzando la salute delle persone, il comfort degli
edifici e il funzionamento delle città. La domanda che ne
deriva è quasi inevitabile:
se l’architettura può dialogare con il clima, come possiamo progettare edifici, quartieri e città capaci di dialogare anche con l’acqua?
È una domanda tutt’altro che teorica.
Negli ultimi anni la Svizzera, come gran parte dell’Europa, ha sperimentato una crescente frequenza di eventi meteorologici estremi. Ondate di calore, precipitazioni intense e periodi di siccità non rappresentano più fenomeni eccezionali. Stanno diventando parte delle condizioni con cui progettisti, amministrazioni pubbliche e proprietari immobiliari devono confrontarsi quotidianamente.
se l’architettura può dialogare con il clima, come possiamo progettare edifici, quartieri e città capaci di dialogare anche con l’acqua?
È una domanda tutt’altro che teorica.
Negli ultimi anni la Svizzera, come gran parte dell’Europa, ha sperimentato una crescente frequenza di eventi meteorologici estremi. Ondate di calore, precipitazioni intense e periodi di siccità non rappresentano più fenomeni eccezionali. Stanno diventando parte delle condizioni con cui progettisti, amministrazioni pubbliche e proprietari immobiliari devono confrontarsi quotidianamente.
Per oltre un secolo abbiamo costruito città concepite per
allontanare rapidamente l’acqua piovana. Canalizzazioni,
collettori e superfici impermeabili hanno consentito di
urbanizzare vasti territori e di garantire condizioni igieniche
fondamentali per lo sviluppo delle città moderne.
Oggi, tuttavia, questo modello mostra alcuni limiti evidenti. Quando grandi quantità d’acqua si concentrano in tempi molto brevi, le reti di smaltimento entrano sotto pressione. Al tempo stesso, durante i periodi siccitosi, l’acqua viene a mancare proprio nei luoghi in cui sarebbe più utile per mitigare il surriscaldamento urbano.
Il paradigma della città spugna nasce da questa constatazione. Invece di allontanare l’acqua il più velocemente possibile, si cerca di trattenerla, infiltrarla, rallentarla e riutilizzarla il più vicino possibile al luogo in cui cade.
Oggi, tuttavia, questo modello mostra alcuni limiti evidenti. Quando grandi quantità d’acqua si concentrano in tempi molto brevi, le reti di smaltimento entrano sotto pressione. Al tempo stesso, durante i periodi siccitosi, l’acqua viene a mancare proprio nei luoghi in cui sarebbe più utile per mitigare il surriscaldamento urbano.
Il paradigma della città spugna nasce da questa constatazione. Invece di allontanare l’acqua il più velocemente possibile, si cerca di trattenerla, infiltrarla, rallentarla e riutilizzarla il più vicino possibile al luogo in cui cade.
Non si tratta semplicemente di piantare qualche albero in
più o di realizzare nuove aree verdi. Si tratta di ripensare
il rapporto tra urbanizzazione, ciclo dell’acqua e qualità
della vita.
Suoli permeabili, rain gardens, infrastrutture verdi e blu, spazi pubblici multifunzionali, sistemi di infiltrazione e gestione naturale delle acque meteoriche diventano così parti di un unico sistema capace di aumentare la resilienza urbana e di migliorare il benessere delle persone.
Ma la città spugna rappresenta soltanto una parte della risposta.
Se la città deve assorbire, trattenere, filtrare e riutilizzare l’acqua, anche l’edificio deve diventare parte attiva di questo processo. È da qui che nasce il concetto di architettura spugna.
Suoli permeabili, rain gardens, infrastrutture verdi e blu, spazi pubblici multifunzionali, sistemi di infiltrazione e gestione naturale delle acque meteoriche diventano così parti di un unico sistema capace di aumentare la resilienza urbana e di migliorare il benessere delle persone.
Ma la città spugna rappresenta soltanto una parte della risposta.
Se la città deve assorbire, trattenere, filtrare e riutilizzare l’acqua, anche l’edificio deve diventare parte attiva di questo processo. È da qui che nasce il concetto di architettura spugna.
L’edificio non viene più considerato come un semplice
oggetto da proteggere dagli eventi atmosferici. Diventa
un’infrastruttura attiva, capace di contribuire alla gestione
dell’acqua, alla mitigazione delle isole di calore, alla
biodiversità urbana e al comfort ambientale.
Coperture verdi, facciate vegetate, sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque meteoriche, pavimentazioni drenanti, rain gardens, materiali naturali e soluzioni costruttive ad elevata inerzia termica non vengono interpretati come elementi aggiuntivi. Entrano a far parte del comportamento stesso dell’edificio.
In questa prospettiva, il progetto architettonico torna a confrontarsi con questioni che appartenevano già alla migliore tradizione costruttiva: il rapporto con il sole, con il vento, con l’acqua, con il verde e con il microclima locale. La differenza è che oggi questi temi devono essere affrontati all’interno di una realtà molto più complessa, caratterizzata da densità urbane elevate, infrastrutture tecnologiche avanzate e obiettivi climatici sempre più ambiziosi.
Esiste però un ulteriore passaggio, spesso sottovalutato. Molte buone idee si fermano alla fase progettuale. La realizzazione concreta della città spugna richiede infatti modelli di governance, strumenti urbanistici, capacità di finanziamento e metodi per misurare gli impatti degli interventi. Richiede il dialogo tra progettisti, amministrazioni pubbliche, investitori, gestori di infrastrutture e decisori politici.
In altre parole, la sfida climatica non può più essere affrontata da una singola disciplina.
Per molti anni urbanisti, architetti, ingegneri civili, ingegneri idraulici, paesaggisti e amministratori hanno lavorato su livelli diversi di uno stesso problema. Oggi quei livelli devono tornare a dialogare.
È proprio da questa consapevolezza che nasce la filiera formativa sviluppata dalla SUPSI Formazione Continua. Un percorso che affronta il tema dell’adattamento climatico attraverso tre scale complementari: il territorio e la città, l’edificio e l’architettura, la realizzazione concreta degli interventi attraverso strumenti tecnici, economici e amministrativi.
La vera novità non risiede però nei singoli corsi. Risiede nell’idea che sta alla loro base.
Coperture verdi, facciate vegetate, sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque meteoriche, pavimentazioni drenanti, rain gardens, materiali naturali e soluzioni costruttive ad elevata inerzia termica non vengono interpretati come elementi aggiuntivi. Entrano a far parte del comportamento stesso dell’edificio.
In questa prospettiva, il progetto architettonico torna a confrontarsi con questioni che appartenevano già alla migliore tradizione costruttiva: il rapporto con il sole, con il vento, con l’acqua, con il verde e con il microclima locale. La differenza è che oggi questi temi devono essere affrontati all’interno di una realtà molto più complessa, caratterizzata da densità urbane elevate, infrastrutture tecnologiche avanzate e obiettivi climatici sempre più ambiziosi.
Esiste però un ulteriore passaggio, spesso sottovalutato. Molte buone idee si fermano alla fase progettuale. La realizzazione concreta della città spugna richiede infatti modelli di governance, strumenti urbanistici, capacità di finanziamento e metodi per misurare gli impatti degli interventi. Richiede il dialogo tra progettisti, amministrazioni pubbliche, investitori, gestori di infrastrutture e decisori politici.
In altre parole, la sfida climatica non può più essere affrontata da una singola disciplina.
Per molti anni urbanisti, architetti, ingegneri civili, ingegneri idraulici, paesaggisti e amministratori hanno lavorato su livelli diversi di uno stesso problema. Oggi quei livelli devono tornare a dialogare.
È proprio da questa consapevolezza che nasce la filiera formativa sviluppata dalla SUPSI Formazione Continua. Un percorso che affronta il tema dell’adattamento climatico attraverso tre scale complementari: il territorio e la città, l’edificio e l’architettura, la realizzazione concreta degli interventi attraverso strumenti tecnici, economici e amministrativi.
La vera novità non risiede però nei singoli corsi. Risiede nell’idea che sta alla loro base.
La città spugna non è una tecnica. L’architettura spugna
non è una tecnologia. Entrambe rappresentano un cambiamento
culturale che coinvolge il modo di pensare il
progetto, il territorio e il rapporto tra uomo e natura.
Per questo motivo i destinatari non sono soltanto architetti
o ingegneri. La trasformazione coinvolge tecnici
comunali, pianificatori, paesaggisti, operatori immobiliari,
amministratori pubblici e tutti coloro che, a vario titolo,
contribuiscono a costruire il territorio.
Per gli studi ticinesi soggetti al Contratto collettivo
di lavoro dell’ingegneria e dell’architettura, la partecipazione
può inoltre beneficiare dei contributi della
Commissione Paritetica Cantonale IA, che sostiene la
formazione continua fino al 75% della tassa d’iscrizione
secondo le modalità previste dal regolamento vigente.
In fondo, la domanda che accompagnerà il prossimo decennio della progettazione è semplice: come costruire città ed edifici capaci non soltanto di resistere ai cambiamenti climatici, ma di trasformarli in un’opportunità per migliorare salute, qualità della vita e resilienza dei territori? La risposta passerà inevitabilmente attraverso nuove competenze. E, soprattutto, attraverso una nuova alleanza tra urbanistica, architettura, ingegneria e natura.
In fondo, la domanda che accompagnerà il prossimo decennio della progettazione è semplice: come costruire città ed edifici capaci non soltanto di resistere ai cambiamenti climatici, ma di trasformarli in un’opportunità per migliorare salute, qualità della vita e resilienza dei territori? La risposta passerà inevitabilmente attraverso nuove competenze. E, soprattutto, attraverso una nuova alleanza tra urbanistica, architettura, ingegneria e natura.
https://www.supsi.ch/citt%C3%A0-spugnauna-
visione-che-prende-forma
Koch Park, Zurigo.
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