QUANDO IL CLIMA ENTRA NELLE NOSTRE CASE

Grandinate, tempeste e ondate di calore
stanno cambiando il nostro modo di
abitare. Di fronte a un clima sempre più
estremo, città ed edifici sono chiamati a
recuperare una capacità antica: dialogare
con il sole, il vento, l’acqua e il verde
per proteggere la salute e il benessere
delle persone.
Nelle ultime settimane il clima ha occupato le cronache
svizzere quasi quotidianamente. Prima la violenta grandinata
che ha colpito il Mendrisiotto, poi la tempesta che ha
investito Zurigo abbattendo alberi e causando numerosi
interventi di emergenza. Nel frattempo, una nuova ondata
di caldo si è estesa sulla Svizzera e su gran parte dell’Europa,
con temperature che in molte regioni hanno superato
soglie considerate eccezionali fino a pochi anni fa.
Di fronte a questi eventi siamo portati a parlare di emergenza.
È comprensibile. Le immagini impressionano, i
danni sono evidenti, i disagi immediati. Eppure la questione
più interessante è forse un’altra: cosa ci stanno
raccontando questi fenomeni sul modo in cui abitiamo?
Per molto tempo il cambiamento climatico è stato percepito
come qualcosa di distante, quasi astratto. Oggi
non è più così. Entra nelle nostre città, modifica le nostre
abitudini, influenza la nostra salute. La prima infrastruttura
che il cambiamento climatico mette sotto pressione
non è la strada, la rete elettrica o il sistema fognario. È il
corpo umano.
Le notti tropicali rendono difficile il riposo. Le temperature
elevate aumentano lo stress fisico, soprattutto per le
persone anziane e fragili. Chi lavora all’aperto deve confrontarsi
con condizioni sempre più impegnative. Persino
il rapporto con l’acqua cambia: fiumi e laghi, che durante
l’estate rappresentano luoghi di svago e refrigerio,
possono trasformarsi rapidamente in ambienti insidiosi.
Gli episodi di annegamento registrati anche nel nostro
Paese negli ultimi mesi ci ricordano quanto la sicurezza
e la salute siano sempre più legate ai fenomeni climatici.
Quando si parla di adattamento climatico si pensa spesso
alle grandi infrastrutture, ai piani territoriali o alle opere
pubbliche. Tutto corretto. Esiste però una scala più vicina
alla nostra vita quotidiana: quella dell’edificio.
In fondo, la storia dell’architettura può essere letta anche
come la storia del rapporto tra l’uomo e il clima. Prima
ancora dell’avvento degli impianti moderni, le costruzioni
cercavano di sfruttare ciò che l’ambiente offriva
e di proteggersi da ciò che poteva diventare ostile.
L’orientamento degli edifici, lo spessore delle murature, i
porticati, le logge, le corti interne, la ventilazione naturale
e la presenza del verde non erano semplicemente scelte
estetiche o costruttive. Erano risposte intelligenti a condizioni
climatiche precise.
Per secoli il verde è stato parte integrante dell’architettura.
Non era considerato un complemento dell’edificio ma
una sua estensione. La vite che ombreggiava un pergolato,
il glicine che proteggeva una facciata esposta al sole,
il grande albero collocato davanti alla casa non rispondevano
soltanto a esigenze estetiche. Erano dispositivi climatici
costruiti con strumenti naturali. Creavano ombra,
favorivano l’evaporazione dell’acqua, mitigavano le temperature
e contribuivano al comfort degli spazi abitati.
Anche nelle regioni alpine troviamo esempi significativi
di questa capacità di dialogo con il clima. Le architetture
tradizionali, dalle case walser alle abitazioni rurali ticinesi,
sono il risultato di una lunga esperienza di adattamento
alle condizioni locali. Materiali reperibili sul territorio, protezione
dai venti dominanti, gestione dell’irraggiamento
solare e attenzione al microclima rappresentavano elementi
essenziali del progetto.
Negli ultimi giorni ho avuto l’occasione di visitare alcuni
quartieri cooperativi a Basilea. Tra gli aspetti che colpiscono
maggiormente vi è proprio la presenza diffusa
della vegetazione: sulle facciate, nei cortili, negli spazi
comuni. Non si tratta di un semplice esercizio estetico. Il
verde partecipa al comportamento climatico dell’edificio.
Produce ombra, contribuisce al raffrescamento attraverso
l’evapotraspirazione, migliora il comfort degli spazi
esterni e crea condizioni più favorevoli per chi li abita.
In un certo senso, ciò che oggi osserviamo in molti interventi contemporanei non è un’invenzione radicale. È il recupero, attraverso linguaggi e tecnologie attuali, di una conoscenza che l’architettura aveva già sviluppato nel corso dei secoli.
Questo non significa rinunciare all’innovazione o immaginare un ritorno nostalgico al passato. Significa riconoscere che alcune soluzioni storiche contenevano una profonda comprensione dei fenomeni naturali e che quella comprensione può ancora offrirci indicazioni preziose. Significa anche comprendere che l’adattamento climatico non riguarda esclusivamente il settore ambientale, ma coinvolge direttamente la qualità della vita, la salute e il benessere delle persone.
In un certo senso, ciò che oggi osserviamo in molti interventi contemporanei non è un’invenzione radicale. È il recupero, attraverso linguaggi e tecnologie attuali, di una conoscenza che l’architettura aveva già sviluppato nel corso dei secoli.
Questo non significa rinunciare all’innovazione o immaginare un ritorno nostalgico al passato. Significa riconoscere che alcune soluzioni storiche contenevano una profonda comprensione dei fenomeni naturali e che quella comprensione può ancora offrirci indicazioni preziose. Significa anche comprendere che l’adattamento climatico non riguarda esclusivamente il settore ambientale, ma coinvolge direttamente la qualità della vita, la salute e il benessere delle persone.
Le immagini della grandine nel Mendrisiotto, degli alberi
caduti a Zurigo o delle città europee soffocate dal caldo
raccontano una realtà con la quale dovremo imparare
a convivere. La domanda non è se il clima entrerà nelle
nostre case. Lo sta già facendo. La vera sfida consiste nel
decidere come accoglierlo. Possiamo continuare a considerarlo
un nemico da tenere fuori, affidandoci esclusivamente
alla tecnologia per correggerne gli effetti. Oppure
possiamo tornare a progettare edifici capaci di dialogare
con il sole, con il vento, con l’acqua e con il verde. Una
sfida che richiederà nuove competenze, nuove sensibilità
e una rinnovata collaborazione tra progettisti, amministrazioni,
imprese e cittadini.
Forse è proprio in questo dialogo, antico e allo stesso tempo attualissimo, che si trova una delle chiavi per abitare il futuro.
Forse è proprio in questo dialogo, antico e allo stesso tempo attualissimo, che si trova una delle chiavi per abitare il futuro.
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