QUANDO UNO SCARTO AGRICOLO DIVENTA ARCHITETTURA

La lolla di riso, sottoprodotto di una delle più importanti filiere agricole, entra nel mondo delle costruzioni come componente di blocchi isolanti naturali. Dal recupero della materia alle prestazioni dell’involucro, fino al cantiere del micronido in Italia, a Quincinetto, un caso concreto permette di interrogarsi sulle potenzialità e sui limiti di un materiale che coniuga economia circolare, comfort e adattamento climatico.
Ogni anno la lavorazione del riso produce grandi quantità di lolla, l’involucro esterno che protegge il chicco e viene separato durante la sbramatura. Un sottoprodotto agricolo leggero, ricco di silice e a lungo di difficile valorizzazione, che oggi trova applicazioni anche nel settore delle costruzioni. La ricerca sperimenta da anni l’impiego della lolla e dei suoi derivati in malte, pannelli, compositi e materiali isolanti; il passaggio successivo è trasformare queste esperienze in prodotti capaci di entrare realmente nel progetto e nel cantiere.

È il caso dei blocchi ottenuti combinando lolla di riso, canapulo e leganti naturali, prodotti a freddo e utilizzati per realizzare tamponamenti monostrato ad alte prestazioni. Il loro interesse non risiede soltanto nell’origine rinnovabile della materia. Dopo un’estate che ha visto l’Europa occidentale e la Svizzera in particolare attraversare il giugno-luglio-agosto più caldo mai registrato, il cambiamento climatico impone di ripensare il comportamento dell’involucro non più soltanto rispetto al freddo invernale, ma anche al surriscaldamento estivo.

Diventano così centrali isolamento, inerzia e capacità di ritardare e attenuare la propagazione del calore. Un’applicazione significativa è il nuovo micronido di Quincinetto, nel Canavese, in provincia di Torino (Italia), progettato dallo Studio Tecnico Associato START sul sedime dell’asilo comunale dei primi del Novecento, demolito per gravi carenze statiche e funzionali. Il nuovo edificio recupera la memoria del precedente attraverso un volume compatto, grandi aperture cadenzate, copertura lignea e finiture naturali, inserendo queste scelte in un involucro contemporaneo ad alte prestazioni.

Le pareti esterne sono tamponamenti monostrato in blocchi BK Rice dello spessore di 50 centimetri, inseriti in una struttura portante in calcestruzzo armato e completati da intonaci naturali a base di calce. I valori di progetto dell’involucro raggiungono una trasmittanza di circa 0,13 W/m²K e uno sfasamento termico prossimo alle 19 ore. Il micronido è classificato nZEB, in classe energetica A3. Sarebbe però scorretto attribuire questi risultati a un singolo materiale: copertura isolata in fibra di legno, vetri selettivi, pompa di calore e ventilazione meccanica con recupero e free cooling concorrono alle prestazioni complessive dell’edificio.

È forse nel cantiere che questa tecnologia mostra uno degli aspetti più interessanti. I blocchi vengono posati con modalità assimilabili a quelle di una muratura tradizionale, sono leggeri e lavorabili con utensili comuni e consentono di realizzare agevolmente le tracce impiantistiche. Il materiale asportato può essere recuperato, miscelato con calce idraulica naturale e riutilizzato per richiuderle. La parete monostrato riduce inoltre il numero delle lavorazioni rispetto a involucri composti da molteplici strati, evitando cappotti e contropareti e limitando le interferenze tra diverse maestranze.

Naturale, tuttavia, non significa semplice. Il progetto di Quincinetto lo dimostra bene. L’attacco della muratura a terra è protetto dalla risalita capillare attraverso uno specifico cordolo e un’impermeabilizzazione; i nodi dei serramenti sono progettati mediante falsi telai lignei e sistemi di ancoraggio dedicati; anche gli intonaci esterni rispondono alla necessità di proteggere la parete dalla pioggia battente mantenendone la permeabilità al vapore. La qualità di un biomateriale non elimina quindi la necessità del dettaglio: la rende ancora più importante.

Più aperta è la questione dell’impiego nel patrimonio esistente. La ricerca sta sperimentando materiali a base di lolla anche nella riqualificazione degli edifici, grazie alle caratteristiche isolanti e igrometriche. L’utilizzo di blocchi di questo tipo nel riuso e nel restauro richiede però valutazioni specifiche: compatibilità con le murature esistenti, gestione dell’umidità, spessori, durabilità e comportamento dei nodi non consentono soluzioni universali. È un campo di ricerca interessante perché potrebbe mettere in relazione materiali contemporanei di origine vegetale e culture costruttive tradizionalmente fondate su murature massive e finiture minerali.

La lolla di riso racconta così qualcosa di più ampio della storia di un nuovo prodotto. Racconta una possibile trasformazione delle filiere: una materia proveniente dall’agricoltura può entrare nell’edificio, sostituire almeno in parte risorse non rinnovabili e rimanere incorporata nell’architettura per decenni. Ma la sua origine naturale, da sola, non basta a renderla sostenibile.

Il futuro della lolla di riso in edilizia non dipenderà dal fatto che sia naturale, ma dalla sua capacità di diventare materiale tecnico: misurabile, certificabile, durevole, semplice da utilizzare e capace di rispondere alle nuove condizioni climatiche. È forse proprio allora che uno scarto agricolo smette definitivamente di essere uno scarto e diventa architettura.

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